clint eastwood in gran torino

Nelle piccole e medie associazioni con cui a vario titolo (come volontario o come consulente) collaboro, sento sempre di più il peso dei processi decisionali. Il punto che ti propongo di approfondire in questo post è semplice e critico: ma perché per i consigli direttivi dev’essere così dannatamente difficile fare il proprio compito?

Un consiglio direttivo dovrebbe fare poche cose: discutere le questioni davvero prioritarie; muovere le chiappe (scusa il termine) nelle occasioni di rappresentanza; fidarsi e delegare a chi ha competenze, dipendente, consulente o volontario che sia. Dovrebbe funzionare in un modo e invece funziona in un altro: in molte riunioni di direttivo (teoricamente luogo di indirizzo generale) si finisce a dibattere per ore sulla quota di un laboratorio e intanto si lasciano pendenti per mesi le valutazioni sul bilancio generale, che dovrebbe essere una delle ansie di ogni consiglio direttivo. Come dice il saggio: ti indicavo la luna e tu guardavi il dito!

Ora (a rischio di eccedere e di essere impopolare), io credo che il fattore che più di ogni altro produce lentezza, spreco (si, spreco) di tempo, di energie, farraginosità sial’età dei consiglieri! Cioè: un direttivo anagraficamente vecchio nel 2012 non funziona.

Questo non è l’appello “Largo ai giovani!”, ma piuttosto riconoscere che certe impostazioni culturali, mentali, metodologiche del passato al giorno d’oggi sono fuori tempo rispetto a quanto è complessa, fluida e veloce la società di oggi. Un consiglio direttivo vecchio esprime dei limiti di volontà, carattere e ragionamento che derivano da una cultura in cui gli assetti sociali erano più semplici: esistevano i padri capofamiglia e le madri accudienti; l’attivismo si faceva in parrocchia o al partito; le feste si passavano in famiglia; c’era tanto lavoro a tempo indeterminato per tutti (sigh sigh). Ma anche, che è interessante: lo stato spandeva contributini e contributoni su tutte le onp e se gli rompevi abbastanza le scatole te ne dava pure di più!

Mica dobbiamo essere tutti manager, esperti di fundraising, fissati col marketing sociale, professionisti e via dicendo (ma la consapevolezza del contesto di riferimento è un altro dei temi da toccare), ma per l’amor del cielo! Più superi la soglia dei 60-65 (ma forse anche prima) più c’è il rischio concreto di chiusura mentale e di stagnazione organizzativa. E se te ne trovi 1 di consigliere canuto ok, 2 ok, 3 attenzione, 4 oh-oh, 5 ahi ahi, 6 siamo messi male, 7 aiuto!, 8 disperazione, 9 abbandonare la nave…

Se ti pare che tutto questo sia eccessivo o che sia una generalizzazione, ti invito: prova a far partire delle consulenze in onp dominate da direttivi anziani. Prova, anche da volontario, a parlare ad un direttivo anziano delle opportunità che può dare la raccolta fondi e quali cambiamenti e innovazioni sono però necessarie. Prova a spiegare che la delega è importante e dovuta. Prova a parlare di “managerialità” ad un direttivo di settantenni. Ma prova a proporre “rivoluzioni” anche più piccole, che mettono in discussione assetti anacronistici.

Se vuoi crescere nel 2012, puoi permetterti di ragionare secondo schemi che non funzionano più da almeno 40 anni?

Ovviamente esagero, volutamente. Perché poi incontri delle meravigliose mosche bianche. Ma sono bianche e quindi sono rare. Molto rare.

Arroganza o ragione? Funziona così solo nelle piccole organizzazioni o anche nelle grandi? E’ una cosa tutta veneta o è così ovunque?

Discutiamone. Anche ringhiando. Aspetto i tuoi commenti qui sotto!

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