Con questa intervista concludiamo il ciclo di articoli sul tema del volontariato o “people raising” (te li sei persi? Qui trovi il primo, secondo e terzo articolo della serie). Per l’occasione abbiamo intervistato uno dei pochi in italia che si occupa di trovare e gestire volontari: chi è? Luciano Zanin, uno dei consulenti di fundraising più attivi e scafati del nostro paese. Un “fundraiser di strada” e “fundraiser per passione” che porta senza sosta i principi e le azioni di raccolta fondi nei territori, avvicinandoli a organizzazioni di ogni tipo e dimensione. Per quanto riguarda i volontari Luciano ci porta punti di vista ed esperienze originali e molto concreti, come è sua ottima abitudine ogni volta che si apre il confronto… buona lettura!

Grazie della disponibilità Luciano. Ho pensato di fare questa intervista proprio a te perché mi è rimasta impressa una tua frase: “In Italia siamo in pochissimi che si occupano di people raising”: cosa volevi dire?

luciano zanin consulente fundraisingQuello che ho detto! In Italia effettivamente sono pochi coloro si occupano di questo tema: ben più professionisti trattano il tema del fundraising, ma a parte qualche nome noto come Valerio Melandri o Elena De Palma, pochissimi si dedicano con metodo anche alla ricerca di volontari per le organizzazioni non profit, pubblicano testi, fanno formazione. Di solito la ricerca di volontari è demandata direttamente le organizzazioni, specialmente le grandi (ad esempio è il ruolo di Angela Cappiello in Telethon, o di altre organizzazioni simili). Del resto nel volontariato domanda e offerta non sembrano incontrarsi automaticamente. Le campagne dei CSV – Centri di Servizio per il Volontariato – sembrano funzionare in termini di sensibilizzazione sul “fare” volontariato, ma non come banca dati che favorisca l’incontro tra domanda e offerta. Il tipico meccanismo della “borsa” sembra non funzionare in questo ambito, serve sempre una intermediazione relazionale.

Perché in Italia si parla così poco di people raising? E perché vale la pena di parlarne?

Ci sono due punti di osservazione. Il primo è che domanda ed offerta si stimolano a vicenda: se ci fossero più offerta ed esperienza di servizi di questo tipo, anche la domanda sarebbe influenzata. Il secondo punto di osservazione è quello sulle organizzazioni non profit: le fondazioni per forma organizzativa hanno poco a che fare col people raising, tranne che per i livelli dirigenziali. Discorso molto diverso invece per le associazioni e per le cooperative sociali: se ci fossero più organizzazioni che avessero a cuore e a mente i “donatori di tempo” probabilmente qualche consulente in più che propone servizi di questo genere, ci potrebbe sicuramente essere. Le associazioni danno per scontato che il volontario prima o poi arrivi, e di solito non lo considerano “donatore”, o almeno non tanto quanto coloro che donano del denaro. Le cooperative sociali invece spesso, più per abitudine che per convinzione, non considerano i volontari come attuatori della mission, perché essendo molto concentrare nella produzione di servizi, interpretano il professionista come l’educatore che ricopre un ruolo retribuito. Il pensiero “volontario = professionista” difficilmente fa breccia, così alle cooperative sociali purtroppo sfugge che volontari ed educatori potrebbero essere “buoni complici” nel perseguire la stessa mission e che i volontari potrebbero avere un ruolo importante (a volte determinante) nel portare a buon fine progetti, soprattutto se hanno a che fare con i servizi alla persona.

Il people raising ha sempre la stessa finalità di fondo? Cioè, serve a “trovare volontari” o il discorso è più articolato?

Per parlare di people raising, come nel fundraising, dobbiamo partire da questa domanda: qual è la finalità dell’organizzazione? Mission o progetto, di fondo cosa c’è a orientare l’azione? Se una volta definiti questi aspetti strategici è chiaro che cercare donatori di tempo e competenze può essere utile al perseguimento della mission, allora è bene fare people raising, altrimenti non è il caso. Utilizzo un esempio di Carlo Alberto Caiani, direttore della Fondazione Somaschi. Poniamo il caso in cui un’organizzazione si occupi di accogliere minori e il comune sostenga l’attività attraverso le rette versate che servo per retribuire operatori ed educatori. Tra le attività proposte ai ragazzi ci è anche quella sportiva, come sempre accade, ma la P.A. non paga un educatore per l’attività sportiva, anche se questa è importante per lo sviluppo equilibrato della persona, soprattutto quando il ragazzo chiede non già di essere portato portarlo a giocare, ma di essere guardato finchè gioca. Bene, questa attività di “spettatore” che i genitori dovrebbero conoscere benissimo, non viene riconosciuta dalla pubblica amministrazione in termini economici, ma ha una importanza enorme nella esperienza educativa e di crescita del ragazzo. Quindi, dedicare delle persone per un’ora e mezza a fare da spettatore ha un grande senso? Ma come fare per dare sostenibilità a questa situazione che è profondamente dentro la “misson” dell’ente, ma non ha riconoscimento economico? Allora, fare people raising ha senso o non ha senso in queste situazioni?

Ci sono degli “errori” che ti capita di vedere con più frequenza quando si parla di people raising?

Spesso le associazioni cercano volontari senza sapere precisamente perché: capita di vedere delle locandine con scritto “cerchiamo volontari”. E’ un po’ come se un’impresa comunicasse: “cerchiamo persone da retribuire”. Qual è il profilo del volontario che cerco? Cosa possono fare di importante per i beneficiari e per l’organizzazione? Che tipo di persone cerco, dove le posso trovare? Come le “ingaggio”? Come le seleziono? Come le accolgo nell’organizzazione? Che feedback do loro? Come le gratifico? La cosa funziona esattamente come per coloro che donano denaro, e che tornano a farlo se trovano una buona ragione ogni volta. Spesso le associazioni approcciano i volontari in buona fede, ma in modo superficiale, perché li considerano (un po’ tristemente) scontati! Così si finisce col vedere nei volontari persone che lavorano, ma che non dobbiamo pagare, e si finisce per non valorizzare il loro ruolo strategico oltre che operativo: il volontariato non è solo un “donatore di tempo”, ma è anche una fonte di relazioni, a volte un “feroce critico” che però aiuta a innovare, che porta radicamento nel territorio, che costringe a ripensare e rielaborare… avere dieci bravi volontari vuol dire avere un sacco di lavoro in più da fare, altro che gratis!

Secondo te esiste un metodo migliore o più “sicuro” di fare people raising? Oppure a seconda del volontari che cerchi vanno adottati metodi diversi?

luciano zanin formazione volontariatoCredo che ci siano tanti livelli di volontari e modalità di fare people raising: le organizzazioni non profit non hanno bisogno solo di “manodopera”, ma spesso anche di volontari con particolari competenze, che sappiano orientare scelte strategiche di medio e lungo periodo.

Detto questo, c’è una formazione di base che al 70% – 80% soddisfa il fabbisogno formativo e di inquadramento generale. Poi c’è un 20-30% di persone con le quali diventano preziosi, se non indispensabili, dei momenti di formazione diversi e più approfonditi.

 Vedo che molte organizzazioni considerano i propri volontari come un “volano economico”, cioè come potenziali donatori oppure come quelli che porteranno fondi attraverso altre persone. Vedi lo stesso anche tu?

Non tanto quanto vorrei. Mi spiego: diverse organizzazioni confondono o non individuano con chiarezza le necessità di risorse economiche e rispetto a quelle umane. Spesso pensano che sia più facile trovare soldi per pagare del personale retribuito anzichè trovare persone che donino il proprio tempo… perché è ben più faticoso! D’altra parte è più facile comprare che condividere. Gestire 30 volontari richiede più energia che trovare 10-20 mila € e pagare qualche co.co.pro, ma il risultato non è lo stesso.

Quindi purtroppo, e sottolineo purtroppo, non ho trovato così spesso organizzazioni che utilizzino volontari per fare fundraising, ma solo per inserirli nei servizi. Le associazioni e le cooperative spesso considerano separate le due cose, il che non è un bene. Diverse ricerche raccontano che i donatori di tempo sono anche donatori di soldi. Le organizzazioni dovrebbero iniziare a distinguere questi aspetti, ma a considerarli comunque nella loro complessità, dove complesso non è “difficile”: un buon dirigente dovrebbe considerare il fundraising, il people raising, la vendita sul mercato in modo interdipendente, non a compartimenti stagni, ma come strategie interdipendenti er il perseguimento della propria mission.

Mi piacerebbe trovare di più questa visione sulla complessità, dove il volontario porta con sè degli “effetti collaterali” positivi: i donatori di tempo possono contribuire come donatori di denaro, ma anche possono portare nuove relazioni, possono contribuire con competenze per portare meglio i servizi sul mercato…

A proposito, Mauro Magatti il 30 marzo scorso in occasione della presentazione del bando “Welfare di Comunità” di Fondazione Cariplo e ha dato una bella definizione di “innovazione sociale”. Per lui è: 1) definire priorità 2) cambiare il modo di lavorare. Io credo che in questo senso i volontari possano essere un vettore di forte innovazione sociale… a patto che le organizzazioni siano pronte (e disposte) ad affrontare quei due punti!

Le indicazioni ci sono, le competenze pure, i donatori anche, servono organizzazioni in grado di mettere insieme i pezzi del puzzle.

Hai trovato buoni spunti nelle parole di Luciano Zanin? Cosa pensi di questo argomento? Volontari: opportunità o criticità? Discutiamone nei commenti!

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