[Quelli nella foto di copertina stanno facendo flessioni per raccogliere fondi ai tempi di Fukushima]

Il crowdfunding è una moda (= “usanza corrente”) che di fatto è l’acqua calda, ma con un nome diverso. A qualche amante dei tecnicismi verrà la pelle d’oca a leggere la parola “colletta”, ma quello è: chiedere offerte a sostegno di un’iniziativa, rivolgendosi a tante persone per piccoli importi. Il meccanismo di per sè è talmente semplice e ovvio nel suo funzionamento che non si capisce perché se ne scrivano pagine intere. Anzi, si capisce: perché si è creato un business (quello degli enti profit e non profit che gestiscono i servizi online) che, come è corretto e normale, per crescere fa marketing. Il crowdfunding inteso nell’accezione comune (cioè raccolta fondi per progetti profit o non profit attraverso piattaforme online) è un servizio accessibile proprio perché si è consolidato in formule imprenditoriali. che spingono ad utilizzarlo. I contributi principali di questa scena sono il fare buona promozione della cultura del dono, facilitare in alcuni casi la raccolta di fondi, rendere realizzabili iniziative che stavano chiuse nel cassetto.

Insomma, il crowdfunding può fare bene, ma innegabilmente nella maggior parte dei casi viene fatto male (oppure, può fare del male, ma viene fatto bene e quindi raccoglie… incredibili questi, ma danno ragione in particolare al terzo punto di questo articolo!). Gli errori frequenti che individuo sono …parecchi! E non perderei tempo a fare distinzione tra i progetti individuali, quelli profit e quelli non profit, perché i motivi di successo o insuccesso sono i medesimi. La piattaforma che scegli per la campagna conta poco (a parte per il primo punto!), se sbagli approccio. A mio modo di vedere ci sono però 3 errori più gravi:

Trovi questi o altri “errori fatali” nelle campagne di crowdfunding che vedi in giro? Oppure, conosci casi di campagne che hanno funzionato proprio perché hanno fatto diversamente da tante altre? Discutiamone nei commenti!

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