Più questo blog tante volte ti ho parlato del “primato” dell’approccio tradizionale alla raccolta fondi per le piccole organizzazioni non profit rispetto alle strategie che tendono a preferire il mondo online.

Quando dico “tradizionale”, mi riferisco soprattutto alla parte dell’azione vera e propria di raccolta fondi: è tradizionale organizzare eventi, lo è spedire lettere per posta, puntare sugli oggetti solidali… sono “vecchie maniere” che di fatto …raccolgono fondi, e li raccolgono molto meglio di quanto riescano a fare i loro equivalenti digitali (mi viene da dire: a oggi, infinitamente meglio!).

Ha senso parlare di fundraising online qui in Italia?

Qualche tempo fa, ho letto che nel mondo del fundraising anglosassone – dove il fundraising per le piccole organizzazioni è MOLTO più tecnico, organizzato e avanzato rispetto a qui in Italia – , carta vince digitale 20 a 1.

Una campagna di lettere inviate per posta in termini di raccolta fondi funziona

20 volte meglio dell’equivalente campagna di e-mailing. Carta 20 – Digitale 1.

“Ma allora, che ci sto a fare online?!?”

Già, dopo aver letto questa statistica (purtroppo ho perso il riferimento, ma lo rintraccerò), forse senti la tentazione di spostare tutta o gran parte della tua attenzione verso il mondo del fundraising tradizionale… ma seguire a occhi chiusi questo “impulso verso il tradizionale”, sarebbe un errore!

Anche se l’ho già fatto varie volte proprio sulle pagine di questo blog, con questa guida spezzo una lancia a favore della presenza online della tua piccola organizzazione e di tutto quello che è orientato al fundraising online.

Fino a prova contraria, anche se la tua organizzazione è molto piccola o in partenza, è certo che grazie a internet e ai suoi mille congegni puoi:

Lasciando pure un attimo da parte il primo punto dei tre qui sopra (ma non preoccuparti, lo riprenderemo più volte e anche in un capitolo dedicato), gli altri due dovrebbero interessarti non poco: infatti, la buona raccolta fondi è paziente e si manifesta in tutta la sua potenza quando hai fatto maturare la qualità dei contatti nel database nutrendoli con comunicazione che sia di alto valore per loro (e non per te o per il Presidente 😉 ).

In questo senso, il mondo online ti offre ampio spazio per centrare l’obiettivo.

Perché una intera guida sul rapporto tra fundraising e online per le piccole organizzazioni non profit italiane?

Non nascondiamoci che nel grande mare di internet, è facile perdersi, soprattutto se sei alle prime armi o se la tua organizzazione è già presente online ma con risultati che da molto non sono soddisfacenti.

Se ti trovi in questa situazione, sappi che ti capisco benissimo…

quando ho iniziato a lavorare nel fundraising orami quasi 10 anni fa, ero a zero di “online utile” (nel senso che sapevo giocattolare molto bene, ma non tirarci fuori qualcosa di orientato a dei risultati) e quando ho seguito il primo progetto di presenza online di una piccola organizzazione ci ho messo molto a impostare un discorso serio e produttivo. Del resto: come te ero da solo, dovevo arrangiarmi a zero budget, le mie uniche risorse di riferimento erano siti in inglese, non c’era lo straccio di una guida dedicata alle piccole organizzazioni italiane, ancora peggio, mi trovavo a confrontare i miei poverissimi mezzi con studi di caso dagli USA e quindi… sai che depressione!

Ma un po’ alla volta, provando e riprovando, a costo di errori a volte anche difficili da riparare, i risultati sperati sono arrivati!

Allora, con questo articolo voglio risparmiarti almeno un po’ della fatica che ho fatto io, aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi nel minor tempo possibile e a goderti la massima soddisfazione!

Ricorda: gli errori sono sani, vanno commessi e fanno bene al tuo percorso di fundraiser!

L’importante è riconoscerli, ammetterli e capire come riparare. Partendo da qui, diventerai sempre più capace di individuare velocemente le soluzioni vincenti per la tua piccola organizzazione!

Quindi, se davvero vuoi migliorare le tue conoscenze sull’anima online del fundraising, continua a leggere…

Per chi è adatta questa guida?

Questa guida fa MOLTO al caso tuo se ti trovi in una o in una combinazione di queste situazioni:

QUESTA GUIDA NON FA PER TE SE:

Consigli per una migliore lettura di questa guida

Inizia dal capitolo che ti interessa di più. Questa non è una guida sequenziale, per cui se manchi una riga non capisci più niente di tutto quello che segue. Anzi, l’ho scritta proprio come sono i canali di marketing, comunicazione e raccolta fondi online: strettamente interrelati.

I rimandi impliciti o espliciti tra i capitoli e le parti di uno stesso capitolo, come vedrai, sono abbondanti.

E’ una guida sul fundraising online piuttosto lunga: sono 44 pagine di Word. Utilizzano le icone che trovi subito sotto il titolo dell’articolo, potrai anche:

LA STRUTTURA

Cosa trovi di buono per te se continui a leggere questo articolo?

Ho organizzato questo post secondo i paragrafi / argomenti che trovi in quest’ordine:

  1. social network (focus: Facebook)
  2. mailing list / list building
  3. newsletter e DEM (direct e-mail marketing)
  4. siti e blog + SEO
  5. Google Grants
  6. processare le donazioni online

Per aiutarti ad orientarti in questa (lunga) guida,

ti anticipo che la struttura di ogni capitolo è la seguente:

  1. considerazioni generali
  2. gli errori comuni e ricorrenti che le piccole organizzazioni commettono in questo ambito
  3. cosa fare per ovviare agli errori e orientarsi a dei risultati
  4. strumenti consigliati per una piccola organizzazione
  5. dove puoi approfondire al meglio. Risposta sempre valida:

al Fundraising Day del prossimo 21 ottobre!

Comunque, a chiusura di ogni capitolo troverai un’indicazione precisa sulla sessione e i relatori più indicati che puoi trovare al Fundraising Day.

Faccio queste precisazioni perché questo articolo vuole essere una guida pratica per te e per chi con te ha in mano le redini della presenza online della tua piccola organizzazione.

Guarda se le situazioni che descrivo riflettono una fase della vostra “vita online” e quindi capisci come ovviare: può essere che trovi una risposta pratica e pronta (es: “Ecco, è proprio questa la piattaforma che fa al caso nostro!”) oppure degli spunti più generali per ri-orientarvi (es: “Ah, allora con la pagina Facebook mi concentro sul list building invece che su tutto il resto!”). In ogni caso, mi auguro davvero che trovi qualcosa di buono per te e per voi (anzi: sono sicuro che troverai qualcosa di buono… perché ho vissuto pienamente la stessa situazione che stai vivendo tu!).

Se è tutto chiaro… avanti con la lettura!


CAPITOLO I

 SOCIAL NETWORK 

Nel 2017 bisogna esserci. Ma meglio esserci in modo consapevole. Non puoi ignorare che:

Vediamo allora gli errori più comuni che il fundraiser di una piccola organizzazione commette rispetto ai social network:

La conseguenza diretta di commettere uno o più di questi errori in maniera ripetitiva è che quello che dovrebbe essere un dialogo con chi vi segue diventa un monologo improduttivo del fundraiser che pubblica i contenuti, che non capisce neanche più perché sta aggiornando i social!

Dobbiamo capire quindi come ribaltare la situazione: rendiamo la presenza nei social produttiva ovviando uno a uno a questi errori:

aprire account su ogni possibile social network

1. Per la tua piccola organizzazione una Pagina Facebook può bastare!

So che sotto sotto hai tanta voglia di aprire tanti account quanti sono i maggiori social network esistenti 🙂 , ma per esperienza ti posso dire che faresti bene a limitarti a aprire, ottimizzare e gestire al meglio una Pagina Facebook. Facebook è il social su cui concentrare i tuoi sforzi di comunicazione orientata alla raccolta fondi e, agenda alla mano, il tempo che hai realmente a disposizione da dedicare ai social è sempre pochissimo! Seguo tante piccole organizzazioni e, pur avendo dato fondo alle potenzialità di ognuno dei maggiori social network, gli unici risultati apprezzabili in termini di supporto al fundraising sono quelli provenienti dalle Pagine Facebook. Continua a leggere e capirai perché e come! (* Note sugli altri social in fondo al capitolo)

non avere uno straccio di piano editoriale

2. Crea 7 rubriche, da lunedì a domenica. Ogni venerdì prepara un piano editoriale per la settimana successiva

tra quantità e regolarità, scegli di essere regolare (sembra la pubblicità dell’Activia!  😀 ). La regolarità della pubblicazione porta con sè più benefici:

Il tuo piano editoriale deve rendere riconoscibile la tua organizzazione raccontando cosa fate per cambiare in meglio le cose e celebrando i risultati raggiunti grazie ai sostenitori (donatori e volontari) e ai partner dei progetti.

Un esempio di piano editoriale può essere:

La giusta combinazione la conoscete voi e solo voi e sai chi deve capire qual è la migliore? Tu! Dopo ti spiego come! 😉

non esplicitare le call to action:

3. Utilizza call to action come “Condividi!”, “Cosa ne pensi?”, “Fai Mi piace se…” contestualizzate rispetto a ciò che stai pubblicando

Non sperare che chi ti segue nei social abbia chiaro cosa può fare per supportare la vostra presenza su Facebook!

Fai una prova: pubblica due post simili e su uno metti una call to action tipo “Non è bellissimo quello che vedi? CONDIVIDI se pensi che qualcuno tra i tuoi contatti sarà felice di saperlo!” e poi misura quante interazioni avvengono su uno e sull’altro. A livello di interazioni, vince sempre il post che contiene una call to action specifica.

Ovviamente più contestualizzi, meglio è in termini di risultato: la tua call to action deve spingere a compiere un gesto che dia la possibilità di attivarsi rispetto alla situazione descritta o mostrata. Esempio: se mostro l’immagine di una situazione inaccettabile, devo chiedere di condividere quel post, di modo che altri ne siano a conoscenza. Se pubblico un video che celebra un risultato, potrei chiedere di fare “Mi piace” e invitare altri a fare altrettanto, per festeggiare assieme. E via così.

non guardare con occhio critico gli Insights di Facebook

4. Le informazioni contenute nel pannello di amministrazione delle Pagine Facebook non sono esatte ma sono facili da leggere e permettono di orientare meglio le azioni di marketing via social

Le informazioni anagrafiche, geografiche e di comportamento del pubblico della tua pagina non sono esatte, nel senso che stiamo pur sempre parlando di informazioni (in particolare le anagrafiche) dichiarate dall’utente, oppure desunte da Facebook in base ai loro comportamenti di navigazione in profili altrui, pagine, pubblicazione sulla propria bacheca… considerato che la donna e l’uomo della strada usano Facebook per fare zapping come una volta si faceva in televisione!

Di conseguenza, c’è una mole enorme di informazioni parziali, provvisorie, incomplete e sporcate dal “rumore di fondo” di questo comportamento quasi schizofrenico che abbiamo rispetto all’uso di tecnologie digitali moderne (ti faccio un esempio: potrei anche sapere che – a livello informatico – molti utenti visitano una certa pagina in una certa fascia oraria, ma magari in contemporanea stanno guardando la tv, rispondendo a un messaggio su Whatsapp, mangiando il sushi…). Quindi può esistere un certo dato comportamentale rispetto a Facebook, che ovviamente non può tenere conto di tutto il resto!

A ogni modo, sapere che il pubblico della tua pagina è prevalentemente di un certo sesso e di una certa fascia di età, e che un certo segmento di questo pubblico è quello che contribuisce di più a far girare le notizie fuori dalla pagina, ti può permettere di fare dei test intelligenti di promozione a pagamento dei contenuti in modo targetizzato.

avere paura di esagerare con gli aggiornamenti

5. Pubblica almeno una volta al giorno… ma anche di più!

Abbiamo visto al punto 2 di questo capitolo che 1 volta al giorno va bene… ma anche di più non guasta. Stante che a Facebook piace che tu sia regolare e frequente nelle pubblicazioni, puoi pubblicare anche 2 contenuti al giorno:

La call to action la puoi pubblicare come singolo post oppure come post promosso (ripescato anche dal passato) per un paio di giorni o più.

L’effetto finale che ottieni è che rischi ancora di meno di uscire dallo stream di quei pochi dei tuoi fan che riescono a visualizzare i vostri contenuti (dopo ti spiego!).

lavorare poco con immagini e video

6. Usa SEMPRE immagini e video!

Facebook premia con un maggiore reach organico (cioè: la visibilità presso i vostri fan che ti da senza che tu debba pagare) l’utilizzo di immagini e di video, in particolare dei video caricati direttamente sulla pagina (quindi, non sto parlando di link da Youtube o qualsiasi altra piattaforma).

Il perché lo faccia non ci interessa, quello che ci interessa è avere più interazioni almeno con i fan, per cui… fallo!

non utilizzare un minimo budget promozionale

7. Solo una piccola parte dei tuoi fan ti vedono, a meno che non paghi: metti da parte un piccolo budget per i FbAds

I Facebook Ads sono l’anima markettara di Facebook e sono forse l’arma più potente a tua disposizione per diventare visibile davvero presso il pubblico già fan della tua pagina, e oltre.

Se già non lo conosci, ora ti rivelo un segreto: solo il 10-15% dei fan della tua pagina visualizzano organicamente (cioè, senza bisogno che tu paghi) gli aggiornamenti che pubblicate.

Ecco spiegato perché i vostri fan son sempre così timidi! Gli Ads sono il vero business di Facebook, per cui mettitela via: magari non ti pare giusto, ma qua è arrivato il momento di pagare!

Quando dico “piccolo budget” intendo cifre di questo tipo. Su calendario settimanale:

Se ti fanno storie che 40€ sono tanti, allora anziché fare settimane a salti, individua in anticipo sul tuo calendario editoriale cosa ha più senso promuovere e dagli una spinta con un po’ di budget ogni 2-3 giorni: puoi arrivare così a 5-6€/settimana, che vuol dire 20-25€/mese.

La “spinta” che puoi dare ai tuoi post è essenzialmente di tre tipi:

Altra categoria importantissima e poi chiudo:

non usarli come canale di acquisizione anagrafiche

8. OFFRI QUALCOSA CHE VALGA I PROPRI CONTATTI, perché Facebook è l’unico social network attraverso il quale puoi raccogliere a basso costo anagrafiche NUOVE e di QUALITA’! 

L’errore madornale che sta alla base degli scarsi o nulli impatti dei social network sulla raccolta fondi di tantissime piccole organizzazioni è questo: il fundraiser di turno sta su Facebook concependolo come strumento di comunicazione e non di marketing!

Questo è un errore madornale perché, semmai, è esattamente il contrario:

visto che è un potente strumento di marketing,

Facebook ti permette di dire le cose giuste alle persone giuste (= fare buona comunicazione)

Se sei tu a gestire la Pagina Facebook della piccola organizzazione di cui fai parte, devi velocemente:

  1. sviluppare un ebook o un video di alto valore per il vostro pubblico di riferimento (es: un approfondimento visuale sui vostri progetti, una guida per i soci, un tour guidato all’interno delle vostre strutture in cui possa vedere cosa fate concretamente e come)
  2. creare una landing page attraverso la quale io possa lasciare i miei contatti per ricevere il materiale di cui sopra
  3. promuovere questa landing page su Facebook, con una bella call to action e un po’ di budget promozionale per spingere questo post verso uno o più segmenti di pubblico (vd. al punto 7)

Questo (e non altro) è il modo più facile ed efficace di raccogliere contatti nuovi, di qualità e a basso costo grazie a una pagina Facebook. Poi, li potrai utilizzare nei modi che preferisci… il primo è ringraziarli di aver richiesto il contenuto, inviarglielo e poi cominciare a chiedere supporto!

BONUS+ Un passaggio sugli altri social

Pane al pane, adesso che siamo d’accordo sull’utilità di Facebook, qual è il meglio che puoi ottenere dagli altri social, senza spendere budget? Nella mia esperienza:

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Sono pochi e hanno funzioni diverse:

Dove puoi approfondire per bene?

Al Fundraising Day trovi la sessione: “Nuovi donatori regolari grazie a Instagram e Facebook. Espandi il tuo database!” con Maider Sánchez Elizondo.

CAPITOLO II

 MAILING LIST / LIST BUILDING 

Se non hai una database, alla lunga non vai da nessuna parte: lo sai già (sarà mica perché insisto sempre su questo tema???).

Una parte del database della tua piccola organizzazione è costituito da i famigerati “iscritti alla newsletter”. Come tutti i contatti, questi qui non sono nè buoni nè cattivi. La qualità di un contatto dipende infatti da:

Tutto chiaro, no? Non fosse che in molte piccole organizzazioni sono comunissimi questi errori:

Vediamo allora di prendere il toro per le corna e di ribaltarlo!

“offerta unica”

1. Distribuisci contenuti riservati e di valore come proposte aggiuntive che valgano i propri contatti

Te l’ho già accennato parlando dei social network, ma dobbiamo tornarci: questa è la base di tutto il webmarketing intelligente e proficuo.

Indipendentemente dalla causa, dal settore, dal tipo giuridico della tua piccola organizzazione, il percorso giusto è sempre identico:

  1. prepara contenuti di valore per il pubblico che ti interessa avvicinare
  2. rendi facile trovarti e frequenta i luoghi in cui quel pubblico è già presente e attivo
  3. rimanda a una landing page che contenga almeno un contenuto di valore
  4. con un modulo di contatto, chiedi i dati per ricevere i contenuti via mail e/o via posta
  5. coltiva i contatti raccolti

E’ tutto qua! Eppure l’unica landing page presente nei siti di moltissime piccole organizzazioni è la classica: “iscriviti alla newsletter”. La realtà però è che questa proposta non è sufficientemente allettante. Molte persone pur visualizzando questa proposta, la ignoreranno. Perché? Perché ci vuole un livello di motivazione troppo alto!

Invece, tu ovviamente hai bisogno si dei contatti di persone già molto motivate a seguirvi, ma hai bisogno anche dei contatti di persone meno motivate e portate più vicine con qualcosa di curioso da coltivare nel tempo.

Per riparare a questo errore puoi:

Se alla creazione di questi contenuti speciali aggiungi una buona landing page e un’adeguata promozione (ad esempio nei social), vedrai che raccoglierai molti più contatti di quel che credi e in molto meno tempo di quanto temevi!

non chiedi di identificarsi a livello geografico

2. Chiedi subito di indicare la località di residenza. E’ la tua rampa di lancio per molti altri sviluppi.

Sono sicuro che ti è già chiaro che per le piccole organizzazioni vale quasi sempre: raccolta fondi = radicamento nella comunità locale.

E’ tanto vero che anche le grandi organizzazioni italiane e figlie di “multinazionali del fundraising” stanno investendo molto sull’apertura di gruppi di volontariato territoriali, se non nello start-up di sedi locali capitanate da un fundraiser come “capo area”.

Infatti, per quanta tecnologia possa girare nel mondo, la forza nella raccolta fondi del radicamento territoriale “dal vivo” conferma il primato delle azioni tradizionali di fundraising.

Per questo, è importantissimo che da subito tu riesca a individuare dove sono residenti o comunque ubicati con continuità i contatti che raccogli con le azioni di list building online.

Quindi, quando costruisci il form di raccolta anagrafiche, chiedi subito anche:

Avere questa informazione ti permette immediatamente di ragionare in questi termini: “Cosa posso chiedere a uno di quella zona?”, “Cosa mi suggerisce il fatto che ci siano certe concentrazioni territoriali?”, “Cosa posso proporre di coordinato su più territori, sapendo che ci sono delle zone più forti in termini di numero di contatti presenti?”.

Ovviamente il meglio di questi ragionamenti lo raggiungi quando abbini al dato geografico anche quello di comportamento dei sostenitori (per esempio: se hai 20 contatti in Provincia di Padova e 2-3 donatori fedeli di Padova, ha senso immaginare che loro possano farsi da punto di contatto per i padovani. Esempio al contrario: se hai 100 contatti in Provincia di Treviso e 1 donatore discontinuo in quell’area, dovrai evidentemente elaborare un piano di radicamento da zero).

non chiedi subito anche i dati postali!

3. Proponi di lasciare subito anche i dati postali. Perché? Perché se hai una proposta di valore che può viaggiare solo per posta 😉 , te li lasceranno!

Qui il discorso è estremamente semplice, ma devi anche tradurlo molto rapidamente in azioni pratiche, senza farti troppe domande. Il gioco è:

tira fuori dal magazzino o produci un oggetto che simboleggi i valori e la causa della tua organizzazione. Poi proponi di lasciare i dati postali per riceverlo gratuitamente per posta.

Questo oggetto deve:

Ogni volta ai corsi Fundraising Km Zero la domanda di rito è:

“Si, ma nel mio caso quale può essere questo oggetto?!?”

Ti faccio degli esempi di oggettini da spedizione:

Non sottovalutare nemmeno la proposta di lasciare i dati postali per ricevere gli aggiornamenti via posta. Un bollettino in A4 fronte retro con dentro un paio di storie dal campo e un messaggio evocativo da parte di una figura autorevole della tua organizzazione, è ancora una proposta sufficientemente invitante e gradita a molti!

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Quello che ti serve in questa fase è creare un modulo di contatto / raccolta dati-anagrafiche in modo semplice e magari con la possibilità di incorporarlo dentro a una pagina del vostro sito. Ecco alcune proposte:

In realtà le soluzioni migliori sono queste due:

Dove puoi approfondire per bene?

Questo tema è trasversale a tutto il webmarketing, è quindi inevitabile che nelle sessioni del Fundraising Day torni e ritorni. Ti consiglio comunque Locale-Digitale: la sfida di Greenpeace. Nuovi audience online sfruttando la forza dei temi locali” con Marica Fachin

CAPITOLO III

 NEWSLETTER & DEM

(direct e-mail marketing) 

Uno dei più grandi alleati dei fundraiser nell’era del digitale è l’e-mail marketing. Tra tutti gli strumenti digitali, è proprio l’e-mail marketing a meritare un’attenzione particolare.

Anche se “mandare la newsletter” oggi può sembrare una cosa quasi retrò, utilizzando bene la piattaforma di turno, l’e-mail marketing ti permette di conoscere meglio i contatti della tua piccola organizzazione e di dialogare con loro in modo graduale e costruttivo.

In questo senso, quando parliamo di e-mail marketing per il non profit e per il fundraising, devi espandere un po’ l’orizzonte. Considera questi tre prodotti di comunicazione:

Già questa distinzione ti suggerisce che forse stai facendo meno e-mail marketing di quanto è possibile e UTILE!

Ora però, vediamo cosa combina il fundraiser poco avveduto quando si mette a fare e-mail marketing:

Allora, come facciamo a mettere a posto questo pasticcio?

Vediamo un po’:

manda una sola newsletter (vedi sopra) al mese e stop

1. Senza contare i follow up (vedi dopo), ogni mese manda almeno il trittico: newsletter + DEM + “mail dialogativa”

Eeeeeeh, ma quanta roba! In realtà, a mio parere questa è la combinazione ideale, testata e ri-testata. Vuol dire che ogni 10 giorni i tuoi contatti riceveranno 3 comunicazioni ben differenziate e di alta qualità.

Come anticipavo, è una questione di formati, stile e contenuti. Qui sotto ti propongo uno schemino riassuntivo.

Utilizzando questa distribuzione nel tempo, di formati diversi con contenuti differenziati e stili singolari, circonderai i tuoi contatti di e-mail marketing efficace che permette loro di avvicinarsi alla mission, di “entrare” nell’organizzazione e di attivarsi con più cognizione emotiva e razionale.

Supporto Formato Stile Contenuto Es. tempo invio
Newsletter Grafico (headline + immagine con link a landing page + testo intro + bottone “Leggi tutto”) Emozionale, caldo, avvincente Alternative valide:
  • 1 sola storia
  • 1 storia principale + 1 storia minore
  • 1 storia principale + 1 storia minore + 1 aggiornamento
1′ settimana del mese (lunedì o martedì)
DEM Testuale / grafico

(headline + Call To Action + immagine linkata a landing page + testo con offerta + call to action + bottone linkato a landing page + PS: con call to action)

Commerciale 1 proposta di azione a sostegno della tua onp, a seconda del periodo (es: marzo = via al 5×1000), della campagna più prossima (es: Uova di Pasqua) o di una campagna annuale (es: dona per questo programma / progetto) metà mese (mercoledì o giovedì)
Mail Dialogativa Testuale con allegato

(testo libero ma con elementi di copywriting classico)

Intimo, personale, dialogativo, informale.

Chi scrive è uno dello staff (volontario, collaboratore, consigliere che sia).

Fai domande, perché ti aspetti sul serio delle risposte.

Condivisione di una preoccupazione o dell’entusiasmo personale per una situazione che riguarda la tua organizzazione, il settore in cui operate.

Allega una foto o un documento a chiosa.

fine mese (anche weekend)

ha paura di inviare troppi messaggi e di disturbare

2. Mantieni fisso il paletto sui 3 invii del punto 1!

Quello di disturbare è un timore infondato che vive nella nostra (tua e mia!) testa e che di fatto quando vai a chiedere di persona ha scarsa attinenza con la realtà. Ci sono alcune considerazioni da fare:

Quindi: programma a calendario e mantieni la frequenza minima che ti ho consigliato!

ha paura che se qualcuno annulla la sua iscrizione sia un brutto segnale

3. Una lista pulita è una lista più performante, per cui chi si disiscrive ti fa un piacere!

Anche qui, è tutta una paura che si muove nelle nostre teste.

Ci sono più motivi per cui VA BENE che le persone annullino la propria iscrizione:

In ogni caso, dati alla mano, la percentuale media di persone che annullano la propria iscrizione è molto bassa (sul singolo invio, io vedo una media di 3-4 contatti ogni 1500 invii = 0,002%).

non usa le ribattute per ottimizzare i tassi di apertura e lettura

4. Le “ribattute” ti portano sempre un po’ più in là: usale regolarmente!

Quando parlo di ribattute intendo re-inviare la stessa newsletter o dem a dei segmenti specifici della lista destinatari, cioè chi ricevuto il primo invio:

Agire così è necessario perché anche se sei super, per tutte le tue campagne registrerai un tasso di apertura medio del 30%-35% e di click pari all’8%-10%.

I tipi di ribattute che ti DEVONO interessare sono i primi due della lista lì sopra (quindi: su chi non ha aperto il messaggio; su chi lo ha aperto ma non ha cliccato. Si, anche gli altri sono MOLTO interessati, ma se sei a zero, concentriamoci intanto sui primi due). Per estrapolarli devi chiedere alla tua piattaforma di e-mail marketing di:

  1. ripetere l’invio della campagna di turno
  2. isolare nella lista di destinatari iniziale i contatti di chi non ha aperto l’ultima campagna inviata // di chi ha aperto ma non ha cliccato
  3. utilizzare quel segmento come nuova lista di destinatari
  4. modificare l’oggetto mail
  5. inviare!

Ovviamente tutti questi punti devi ripeterli una volta per una ribattuta e poi per l’altra.

In media, agendo così con le due ribattute, riesci a portare:

Vedi che insistere premia? 🙂

 👿 non analizza i dati di apertura e di click

5. Il principale beneficio che ti dà l’email marketing è quello di sapere cosa fanno i tuoi contatti quando ricevono le vostre comunicazioni analizzando i dati dei loro COMPORTAMENTI REALI.

Nel primato del fundraising tradizionale esiste sempre un “problemino”: invii un mailing postale e l’unica cosa che sai è… se qualcuno ha donato (lo vedi dalle donazioni in entrata) e se qualcuno non è stato reperibile (lo vedi dai resi delle Poste o dello spedizioniere di turno). In pratica, non vedi nulla! Lanci il sasso e poi il feedback è minimo.

Utilizzando l’email marketing, fin dal primo invio su una mailing list puoi conoscere molte informazioni sui comportamenti e preferenze dei tuoi contatti, ricavati dalle loro REAZIONI REALI alla ricezione del messaggio. Tra le principali informazioni:

Questo ti permette, ad esempio, di:

Insomma, in questo caso digitale vince su tradizionale: se hai 100 contatti, grazie all’email marketing puoi ricavare informazioni utilissime dal 100% di loro!

invia solamente newsletter grafiche

6. Le newsletter del non profit ormai sono “volantini digitali”, praticamente identici. Utilizzale comunque, ma non limitarti solo a quelle.

Prendi le newsletter grafiche (foto + testo + bottone) di 10 organizzazioni non profit piccole, medie e grandi e vedrai che si assomigliano tutte. Sono “volantini digitali” che rischiano sempre più di fare la fine dei volantini cartacei: una gran parte finisce nel cestino dopo meno di un’occhiata!

Questo avviene perché:

A ogni modo, ti do un semplice accorgimento tecnico per aumentare il numero di click:

Te lo consiglio perché nel tempo mi sono reso conto che c’è un’abitudine diffusa a cliccare le foto, anche quando la foto non richiama direttamente il contenuto a cui vuoi rimandare.

In chiusura: da una parte vista la superconcorrenza e bombardamento a suon di newsletter grafiche (del non profit e del profit), chi le riceve un po’ da per scontato di sapere già cosa c’è, ancor prima di approfondire.

Dall’altra parte, non si vive solo di immagini e grafica!

La newsletter grafica fatta e inviata bene fa la sua funzione quanto gli altri due tipi di prodotti che ti ho già presentato. L’alternanza e il loro mix vincono sempre!

non invia mai comunicazioni “intime”

7. L’email marketing può permettere ai tuoi contatti di avvicinarsi di più alla causa e di entrare col naso dentro la quotidianità della tua organizzazione!

La “mail dialogativa”: l’ho scoperta diversi anni fa e… 🙂

Era un giorno in cui ero stanco di sentir parlare in modo del tutto disinformato e presuntuoso dell’accoglienza di immigrati (io al tempo lavoravo in una struttura come fundraiser e tuttofare). Per scaricare il nervoso, ho inviato una mail dal tono decisamente acceso e personale in cui raccontavo per filo e per segno cos’era l’accoglienza dal lato tecnico e dal lato umano per me e per chi gestiva i servizi. Era un messaggio molto carico emotivamente, ma anche informativo, bello lungo.

L’ho inviata a una mailing list di circa 1000 contatti. Esito: un centinaio di risposte di incoraggiamento, di appoggio morale, di offerte di supporto e aiuto. Tre uscite sulla stampa (non richieste, ma…) che richiamavano interi passaggi di quella mail.

…da allora non ho più smesso! 😀

Nessuna newsletter e nessuna DEM ti permettono di ottenere questi feedback. Stampa locale a parte, la parte più interessante infatti è la risposta diretta e “a tu per tu” dei tuoi contatti.

Infatti, anche se è “uno a molti”, la forma che prende il tono generale e di “uno a uno” e cosa fai quando ti senti chiamato in causa sul serio? Rispondi, no? 🙂

Alcune considerazioni tecniche sulle “mail dialogative”:

non imposta la mail di conferma di iscrizione

8. Cosa fare con chi ti lascia un contatto? Digli “Grazie”, dagli il benvenuto, rimandalo alle prossime puntate e digli a chi fare riferimento. IN AUTOMATICO!

Qui torniamo all’ABC. E’ come il discorso: cosa fai con chi fa una donazione? Lo ringrazi!

Giusto? E’ ovvio, è banale. Peccato che dei fundraiser se lo dimentichino!

Quindi, quando qualcuno lascia i contatti per entrare in una delle tue mailing list, devi aver già automatizzato l’invio di una risposta di benvenuto con la quale:

Da qui ti invito al prossimo punto di questo capitolo, che riguarda proprio “le prossime puntate”. Se lo prometti, dopo un po’ devi mantenere la promessa (ed è meglio che tu non debba rincorrere il calendario)

non accoglie il visitatore con una serie di e-mail

9. Imposta una serie di 3-4 mail introduttive da inviare in automatico a chi si iscrive, distanziate di 4-5 giorni l’una dall’altra

Cosa c’è di peggio di non aver inviato la mail di benvenuto? Far seguire il silenzio totale fino a che non hai scritto e inviato la prossima newsletter, DEM o mail personale!

Grazie alla marketing automation puoi facilmente preparare una serie di 3-4 mail introduttive che la piattaforma che hai prescelto invierà in automatico ad ogni nuovo iscritto seguendo le scadenze che hai indicato (es: ogni 5 giorni; a partire da una certa data e ogni tot giorni).

Qui il lavoro è abbastanza complesso, ma semplice:

  1. crea una lista temporanea in cui saranno inseriti in automatico (o a mano) solo i nuovi contatti
  2. imposta che una volta ricevute tutta la serie di mail, passeranno alla mailing list generale assieme a tutti gli altri contatti
  3. prepara o seleziona dall’archivio 3-4 notizie, articoli o pagine del vostro sito che siano decisamente di alta qualità. Alta qualità = che raccontino in modo caldo e coinvolgente quel che fate, sotto forma di storia.
  4. prepara altrettanti testi mail diversi e in ognuno includi il link a uno dei contenuti
  5. RICORDA I PS: metti sempre un riferimento alla pagina delle donazioni!
  6. decidi qual è la loro sequenza
  7. imposta la serie e lo scadenziario degli invii
  8. dai il via!

In questo modo, anche l’ultimo iscritto possibile riceverà una serie di articoli introduttivi di alta qualità senza che tu debba ricordatene o perdere tempo a farlo uno a uno (sarebbe difficile e demenziale!).

Per non bombardarli troppo :), l’averli inseriti nella lista temporanea (vd. punto 1 sopra) ti permette anche per il momento di escludere questi contatti dagli altri 3 invii tipici del mese (newsletter, DEM, mail dialogativa). Oppure di includerli. Decidi tu cosa fare (io li escludo).

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Qui per fortuna NON hai l’imbarazzo della scelta!

Per creare le tue newsletter, le tue DEM e le tue mail dialogative, ti consiglio queste piattaforme:

Dove puoi approfondire per bene?

Al Fundraising Day trovi “Come essere umani in teoria e in pratica, con buona pace di Copysauri, Digital-writer e Storyteller” con Eleonora Terrile

CAPITOLO IV

 Siti e blog 

Quanto ce ne vorrebbe qui di spazio? Una Bibbia intera, anche di più!

Il punto fondamentale per questo capitolo è il seguente: in un mondo sovrabbondante, la sintesi premia (SENTI DA CHE PULPITO  😀 😀 😀 !!!).

Qui infatti parliamo di siti & blog. Mettiamola così: devi averli tutti e due, pensando che nella stessa scatola metti:

Sito e Blog vanno via assieme. Il blog è dentro al sito e lavora a suo servizio. Però il sito una volta fatto è (quasi) fatto e non devi metterci le mani. Invece, il blog richiede attenzioni costanti e cura crescente.

Inizio facendo stare male le agenzie di webdesign, i freelance “creativi” e via dicendo:

un sito fantasioso, bellissimo, coloratissimo

non è per forza un buon sito per la tua piccola organizzazione. Anzi, di solito non lo è proprio.

Invece, molti (troppi!) fundraiser di piccole organizzazioni ragionano proprio a partire dal punto sbagliato, quello finale: la grafica del sito (e del blog). E’ come costruire una casa partendo dalla scelta della pittura esterna, facendo a mente i calcoli strutturali e disegnando il progetto a matita sulla carta da prosciutto!

Se questo è il peccato originale, vediamo quali sono gli altri errori comuni:

In comune per il SITO e per il BLOG

Solo per il SITO

Solo per il BLOG

Qua il lavoro da fare è molto. E ti dirò di più: è soprattutto un lavoro mentale e di concezione. Poi, tradurlo in modifiche strutturali e grafiche è il meno.

E’ un po’ come quando ti prepari un discorso per l’apertura di un evento di raccolta fondi: è inutile che stai lì a scrivertelo parola per parola e a fartele suggerire da tuo cugggino se alla base l’approccio è scorretto (es: l’eroe del discorso è l’organizzazione anziché i sostenitori di ogni tipo) e la sostanza non è buona (es: non c’è narrazione ma solo convenevoli).

Vediamo allora cosa fare e come per risolvere questi i problemi di un approccio scorretto alla gestione dei siti e blog per le piccole organizzazioni che fanno o vogliono fare fundraising:

Comuni per il SITO e per il BLOG

👿 manca un lavoro puntuale sulla SEO (ottimizzazione per i motori di ricerca)

1. La SEO è la base del tuo lavoro sulla presenza online. Parte dalla chiarezza sugli obiettivi dell’organizzazione, attraversa gli interessi e le passioni dei vostri pubblici, si traduce in contenuti di valore.

Ottimizzare i contenuti per i motori di ricerca è un lavoro molto più facile e al contempo più serio di quel che pensi.

E’ facile perché si tratta in fondo di trovare l’incrocio tra:

Questo comporta per te forse una prima piccola “delusione”:

gli internauti spesso fanno ricerche per parole chiave inesatte dal punto di vista del tecnico,

ma corrette dal punto di vista della semantica e del “senso”

e rispondenti più alla lingua corrente che a quelle del settore

(salvo in casi particolari)

Dicevo, a te questa cosa può seccare un po’, perché per esempio tu dici “vittima di grave trauma cranico encefalico” (che ogni mese produce, diciamo, 50 ricerche) secondo le linee guida cliniche in materia, ma poi scopri che viene cercato molto di più “botta in testa danni” (che produce invece 300 ricerche al mese).

A rigore di logica e se sei furbo, dovresti allora iniziare a utilizzare quella parola chiave, per te imprecisa, ma più utilizzata. Ma, spezzo una lancia a tuo favore, sarebbe anche sbagliato far prevalere una parola chiave scorretta su quella che tu invece utilizzeresti.

E allora, cosa si fa in questa lotta tra parole chiave? Ecco cosa:

Fatto!

Ecco cosa ottieni se segui questi consigli:

In questo modo:

😯 sito e blog non vengono aggiustati dopo una lettura anche solo parziale di Google Analytics

2. Google Analytics è una brutta bestia, ma ci sono alcune informazioni di base che DEVI consultare. Ecco quali…

Dire “consulta Google Analytics” è come dire “Leggi un po’ di Wikipedia”: è troppa roba!

Ci sono una marea di informazioni utili, solo che non sono sempre così facili da comprendere e neppure da rintracciare con sicurezza.

Ti consiglio per questo, una volta al mese, di consultare le seguenti sezioni specifiche del pannello di Google Analytics. Mi riferisco a:

  1. Comportamento dei visitatori
  2. Sorgenti del traffico
  3. Contenuti consultati
  4. Pagine di ingresso

A. COMPORTAMENTO DEI VISITATORI (pannello “pubblico / panoramica”)

Da qui potrai sapere con certezza (anche qui, come per l’e-mail marketing, ci troviamo di fronte a dati REALI), per in un certo periodo di tempo:

Queste sono informazioni non molto approfondite che però già possono indicarvi se state mantenendo attivo un sito per voi stessi o se esiste in generale un pubblico di interessati!

B. SORGENTI DEL TRAFFICO (pannello “acquisizione / panoramica”)

Qui la questione si fa molto interessante! 😉 Questa sezione è una chiave di lettura sull’integrazione dei vostri canali online e su come tutti collaborino a portare traffico al vostro sito.

I canali che funziona da sorgente per il traffico verso il vostro sito per Google Analytics sono:

C. CONTENUTI CONSULTATI (pannello “comportamento / contenuti del sito / tutte le pagine”)

Parlavamo di conoscere il proprio pubblico. Grazie a questo pannello potrai conoscerlo meglio!

Infatti, da qui puoi vedere:

Cosa te ne fai di queste informazioni? E’ chiaro:

creerai più contenuti quanto più simili per struttura, tipologia e argomenti a quelli di maggior successo! Se originano traffico, perché ignorare il fatto che per il tuo pubblico sono interessanti e di qualità più degli altri?

D. PAGINE DI INGRESSO (pannello “comportamento / contenuti del sito / pagine di destinazione”)

Il tuo sito e il tuo blog sono pieni di tutto, quindi: da che porta o finestra entrano i vostri visitatori?

Evidentemente, ci sono dei contenuti che per un motivo o per l’altro sono più ricercati o più facili da trovare o più noti e sono questi che introducono il visitatore alla complessità del vostro sito.

Da qui puoi vedere:

Magari scoprirai che la tua pagina “dona ora” viene visitata di più e prima da chi entra da una certa porta d’ingresso. E allora tu che fai? Porti traffico a quel punto di ingresso, no? 😉

Solo per il SITO

l’homepage è piena di tutto

3. Semplifica sulla base delle preferenze dei visitatori e sulle priorità della tua comunicazione

No, mettere e dire tutto in homepage non è mai una buona idea!

Allo stesso tempo, usare la megafoto o lo slideshow d’effetto, non aiuta i visitatori a orientarsi nella complessità del vostro sito.

Di fatto si tratta sempre di due semplificazioni che non sono orientate a ottenere dei risultati. Nel primo caso, non sapendo cosa fare, metti tutto il possibile. Nel secondo caso, seguendo la moda del periodo, non metti nulla se non un’immagine, che fa sempre figo.

Se hai seguito i due punti precedenti, ora dovresti conoscere meglio cosa interessa di più ai vostri visitatori e sapere quindi come porvi nei loro confronti, sulla base di dati reali e non di “secondo me”.

E allora, cos’è furbo fare in homepage? Principalmente:

nessuno ha mai analizzato una heatmap della homepage

4. Le mappe di calore ti raccontano più di quanto vorresti sapere 🙂 : usala sulla homepage e scopri cosa fanno davvero i vostri visitatori.

Ti dicevo che (mi autocito :D):

” Una mappa di calore calata su una homepage ha una funzione incredibilmente utile: restituisce graficamente con delle macchie di dimensioni e colori diversi che cosa viene cliccato e quante volte in un dato arco di tempo e fin dove nell’esplorazione verticale della pagina arrivano i visitatori. “

Grazie alle mappe di calore, siamo fuori dal campo del “secondo me”, che non aiuta nessuno a fare meglio.

Apri l’applicazione e la lasci correre sulla homepage per un mese. A quel punto, scoprirai che qualcosa è stato cliccato ossessivamente, qualcosa non è MAI stato cliccato, che i visitatori arrivano solo fino a un certo punto della lunghezza verticale della homepage etc etc.

A volte possono essere scoperte amare visto il tempo e l’energia dedicati a costruire un sito, ma non c’è nulla di più utile per ripartire col piede giusto!

Guardare le mappe di calore può permetterti, ad esempio, di:

E cose così. Tutto al servizio del visitatore e a beneficio dei vostri sforzi di comunicazione orientata alla raccolta fondi.

parla all’organizzazione anzichè al visitatore

5. Abolisci l’autoreferenzialità, mettiti nei panni del tuo potenziale sostenitore e pensa a cosa renderebbe più coinvolgente una visita al vostro sito

Qui la vera lotta di solito è coi piani alti (consiglieri, direttore etc) e pure un po’ con se stessi: “noi siamo”, “noi facciamo”, “ci hanno accreditati” etc è un modo di porsi autocelebrativo tipico di un buon 80% delle piccole organizzazioni in Italia!

Io non so te, ma se la mettiamo solo sul buon senso, non mi è mai capitato di interessarmi davvero a qualcuno o qualcosa perché autoaffermava di essere chi è, bensì perché:

A conti fatto, il tuo sito dev’essere questo: una vetrina attraverso la quale vedere che la tua organizzazione é costantemente:

Questo comporta usare voci di menù che parlano al donatore, immagini con claim che si rivolgano a lui / lei, richiami a lasciare i propri dati che parlino dei vantaggi e dei benefici conseguenti e non delle “nostre storie”…

Solo per il BLOG

non segue un piano editoriale

6. 1 articolo di minimo 5, massimo 10 righe ogni settimana e la tua macchina di creazione contenuti non si ferma più (o, anche se scali la marcia, comunque non si fermerà!)

Creare contenuti non è un gioco da ragazzi… ma può essere più semplice di quanto credi.

Quello che ti serve forse è un promemoria di quante cose hai già da dire e raccontare.

Attraverso il blog puoi aggiornare sistematicamente su quel che state facendo mediante questo tipo di contenuti:

Questi qui sopra sono i famigerati “contenuti di valore”, perchè sono:

Ora che sai quali tipi di contenuti è più opportuno produrre, magari vorresti anche un aiuto per passare dalla teoria alla pratica: poniti dei limiti, così lavori meglio e più facilmente!

Segui le regolette qui sotto e vedrai che produrre (all’ottimo, però intanto puntaci!) un aggiornamento alla settimana sarà molto più facile di quel che credi:

  1. fatti una lista delle persone che puoi contattare da qui ai prossimi 6 mesi (volontari, donatori etc)
  2. contatta il doppio di quelle che ti servono nel mese e pianifica le uscite
  3. manda loro una lista di spunti per aiutarli a esprimersi liberamente ma sul pezzo
  4. chiedigli di abbinare anche un’immagine che gli farebbe piacere vedere pubblicata, con la “clausola salvavita” di usarne un’altra selezionata da te casomai (per necessità – reali o immaginarie 🙂 – di formato e simili)
  5. dagli una data di riconsegna. Se lo preferiscono, trascrivi direttamente quello che ti dicono dal vivo o al telefono.
  6. rassicurali e rassicuragli dicendogli che al minimo 5 righe sono sufficienti e di non andare oltre le 10
  7. rivedi i testi e aggiustali utilizzando le parole chiave buone per la SEO
  8. manda ad ognuno il testo per l’approvazione
  9. chiudi
  10. pubblica!

presenta solo informazioni e non contenuti di valore (in primis: storie)

7. Le informazioni fanno meglio la loro funzione se si alternano alle storie e ai resoconti. Devi favorire l’alternanza!

Hai capito bene ormai che il vostro blog svolge in contemporanea due importanti funzioni:

La cosa bella è che raccontando storie fai anche buona SEO!

Però…

però ogni tanto vanno scritti anche articoli dal taglio solo tecnico o comunque informativo sul vostro ambito di azioni e “tecnicalità” dei vostri progetti. Perché?

Dicevamo prima che esiste un pubblico più preparato tecnicamente e più consapevole. Questo tipo di pubblico può apprezzare contenuti informativi e divulgativi e nel tempo accreditarvi come fonte autorevole nella materia che trattate, che fatalità è uno dei suoi campi di interesse.

Quindi, riformuliamo le conseguenze positive di produrre articoli informativi e divulgativi:

Visto che così abbiamo salvato anche le parole chiave “giuste”? 🙂

non fa da braccio armato del sito

8. La frequenza è importante, molto! Non meno di 2 articoli al mese, altrimenti il vostro sito ne risentirà

Sai bene che tutta la comunicazione online è integrata (social, newsletter, sito, blog, etc… è tutto collegato!) e in questo mix ti invito a considerare gli articoli del blog come il fiore all’occhiello del vostro set di messaggi.

All’ottimo, puoi arrivare a pubblicare 1 articolo alla settimana, di meno va bene, ma curati di non scendere sotto i 2 articoli al mese, e meglio 1 ogni 15 giorni. Perché?

Google per portarti in alto nei motori di ricerca premia alcuni fattori nella pubblicazione:

Tutto il traffico che porti al blog è traffico potenzialmente indirizzabile al sito e in ogni caso migliora l’indicizzazione del sito nei motori di ricerca. Per cui, al lavoro! 😉

è nascosto come fosse un corollario del sito anziché il suo cuore pulsante

9. Un blog ti permette di raccontare il “cosa” e mostrare il “come”. Ed è proprio questo che i visitatori vogliono vedere per farsi convinti o per riaccendere l’entusiasmo!

Quanti di coloro che visitano il vostro blog si fanno vivi? Pochissimi. Quanti però, se li trovate per strada, sono informati e sono restati colpiti da un certo contenuto che avete pubblicato? Molti di più (prova a chiedere per credere)!

Per questo, se gli articoli del vostro blog sono tutti nascosti dietro una voce di menù chiamata “blog”… tirali fuori da lì e portali in homepage (ti ho consigliato prima di dare spazio in homepage agli “articoli più letti”).

Alcuni approcci:

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Qua giochiamo facile 🙂 Solo il top del top, niente alternative (o quasi).

Dove puoi approfondire per bene?

Al Fundraising Day del prossimo 21 ottobre, c’è esattamente quel che fa per te: SEO per NON-SEO. Le 10 cose da fare subito per ottimizzare il tuo sito! con Michele Baldoni

CAPITOLO V

 Google Grants 

30.000$ al mese gratuiti a disposizione per farti trovare su Google?

Beh, c’è chi letteralmente ammazzerebbe per una cosa del genere!

Google come colonna portante del suo programma per le non profit ha Google Grants, che è una versione limitata di Google Adwords, il celebre servizio a pagamento grazie al quale tutti noi veniamo bombardati di annunci pubblicitari su ogni genere di motore di ricerca, sito, blog e molto oltre.

In giro troverai molti articoli che parlano in maniera approfondita di Google Grants, delle vere e proprie guide su come ottenerlo, come impostarlo, come ottimizzarlo. Una (fra le prime in Italia) la trovi anche su questo blog e le altre …cercando in Google 😉

A ogni modo, anche se non è ancora diffuso come sarebbe bello che fosse, anche Google Grants non scappa a un utilizzo errato da parte dei fundraiser delle piccole organizzazioni non profit italiane!

Google Grants, se usato bene, rappresenta uno strumento formidabile per ottenere risultati di webmarketing a sostegno anche delle campagne di fundraising, ma vediamo cosa succede negli piccolissimi uffici di fundraising delle nostre piccole organizzazioni…

Andiamo a vedere come affrontare questi problemini, problemi e problemoni, uno a uno.

non ti affidi a Techsoup per l’apertura

1. Ci sono due modi per attivare Google Grants… scegli quello rapido e indolore: Techsoup!

Quando inizi a informarti su Google Grants, scoprirai che ci sono due modi per attivare l’account per la tua organizzazione:

  1.  😥 fare da soli, interfacciandoti direttamente con Google. Effetto: ore e ore di lavoro.
  2.  😀 fare attraverso Techsoup. Effetto: taaaac… fatto!

Quindi: registra la tua organizzazione su Techsoup! E’ un programma della Fondazione Banco Informatico che offre un sacco di opportunità vantaggiosissime alla tua piccola organizzazione (software e hardware a prezzi assolutamente stracciati).

Tra i vari servizi, c’è quello di intermediazione col programma Google Grants. Registrando la tua organizzazione su Techsoup, in automatico la accrediti anche come valida per accedere al programma Google Grants.

In pratica, riceverai da Techsoup un codice operativo da inserire nella pagina di richiesta di attivazione di Google Grants che ti permetterà di saltare una lunga e farraginosa procedura di accreditamento, che altrimenti sarebbe gestita da te e Google.

Quando inserisci questo codice operativo, Techsoup dice a Google: “Ok, questi son buoni!” e tu felicemente dopo poco puoi iniziare ad utilizzare Google Grants.

Quindi, niente dubbi: vai con Techsoup Italia!

non contatti il Servizio Clienti di Adwords per l’avvio e gestione

2. Se hai voglia di perdere tempo, fai tu. Altrimenti, chiama il Servizio Clienti di Google dedicato a Google Grants e risparmia tempo e fatica!

Se Techsoup ti aiuta ad aprire l’account, il Servizio Clienti di Google ti supporta a impostarlo.

Impostare correttamente l’account Google Grants della tua organizzazione è un passaggio obbligatorio e necessario per poter iniziare a creare i tuoi annunci. Finchè non è tutto sistemato, non puoi proprio farlo.

Sia Google che le varie guide in italiano che puoi trovare in giro ti diranno cosa fare per impostare nel modo giusto il vostro account, ma… per mia esperienza è molto facile che qualcosa non torni. E allora, se ti ci metti tu per conto tuo a ragionare, fidati che purtroppo continuerà a non tornare.

Infatti, anche se non è previsto o normale, a volte pur seguendo ogni dettaglio, comunque restano dei passaggi che possono essere sbloccati solo dal Servizio Clienti Google.

Il consiglio che ti do è quindi di impostare l’account Google Grants della tua organizzazione direttamente al telefono con il Servizio Clienti Google. Sono gentilissimi, preparatissimi e risoluti. Vedrai che sistemerete tutto in men che non si dica!

Lo stesso vale per l’impostazione della prima campagna Google Grants della tua piccola organizzazione: contatta il Servizio Clienti di Google!

Anche qui ci sono alcuni passaggi e impostazioni obbligatori perché le campagne oltre che impostate siano effettivamente attive. Oltretutto, i consulenti di Google ti daranno anche suggerimenti sulla scelta delle parole chiave, il targeting geografico, la creazione dei testi degli annunci…

Insomma, anche qui: non fare da solo quel che puoi fare meglio assieme a chi se ne intende!

 ➡ non fai almeno un accesso al mese all’account per ritoccare le impostazioni

A Google piace (e serve) che le campagne girino e che le organizzazioni spendano bene l’enorme budget mensile che hanno a disposizione. Quindi, scrivi sulla pietra che

DEVI RITOCCARE LE IMPOSTAZIONI DELLE TUE CAMPAGNE GOOGLE GRANTS ALMENO 1 VOLTA AL MESE

Se non lo fai, vai verso una tragedia (esagerato!): la sospensione dell’account Google Grants della tua organizzazione. In altre parole: Google ti chiude l’account e (mi risulta, avendoci avuto a che fare) non c’è maniera di farlo riaprire!

Mettiti una nota, fatti uno scadenziario, fai tu… non dimenticare però di accedere all’account e ritoccare le impostazioni della campagne, altrimenti dovrai dire addio ai 30.000$/mese e a tutti i risultati di webmarketing che vi avrebbero potuto portare. Ripeto:

OGNI MESE VAI A RITOCCARE LE IMPOSTAZIONI DELLE TUE CAMPAGNE GOOGLE GRANTS, SENNO’ TI CHIUDONO L’ACCOUNT!

vuoi a tutti i costi posizionarti su parole chiave troppo corte

3. Le parole “chiave a coda lunga” sono più specifiche quindi a volte attirano meno traffico, ma sempre di maggiore qualità e più “pronto” ad agire

Chi vorrebbe essere il primo a saltare fuori quando qualcuno cerca “a chi destinare il 5×1000” su Google?

Io, tu, noi, voi, tutti!

Peccato che su parole chiavi così corte e importanti ci sia già chi sta pagando ben più di 2$ per click, il massimo che puoi impostare come “puntata” utilizzando Google Grants! Le grandi organizzazioni nazionali fanno bene i loro conti e investimenti, per cui per loro in alcuni periodi mettere più di 2$ a click per una parola chiave del genere è una mossa economicamente accessibile e redditizia

[ Ti faccio un esempio che semplifica moltissimo la realtà e come funziona Adwords nel suo complesso, ma così ci capiamo su questo punto: il valore medio di una sottoscrizione 5×1000 oggi è di circa 31€. Fai conto che Megachildren Onlus pubblichi un annuncio su una parola chiave come “5×1000” e riceva 100 click x 2,5$ = spendono 250$. Ma se portano a casa 10 sottoscrizioni, media 31$ x 10 = 310$ incassati >> ricavo 60$. Per la tua piccola organizzazioni anche se c’è un ricavo, i conti non tornano – immagina che faccia farebbe il tuo Presidente 😀 -, ma per loro si, quindi lo fanno, stai sicuro! ]

Allora, cosa dovresti fare se 2$ a click su parole chiave a volte importanti possono non bastare?

Allunga le parole chiave che imposti nelle campagne Google Grants. Rendile “a coda lunga”.

Ti faccio degli esempi, così è più chiaro.


parola chiave poco accessibile (o poco furba) -> “a coda lunga”: più accessibile e più furba

5×1000 -> 5×1000 bambini milano

bomboniere solidali -> bomboniere solidali matrimonio Arezzo

bomboniere solidali -> bomboniere solidali dall’america latina

associazione disabili -> associazione disabili Biella

panettone Natale -> panettone Natale Monza carcerati


…e via dicendo.

Ti sarà già chiaro che siamo tornati nel campo della SEO – Ottimizzazione per i Motori di Ricerca. Gli strumenti che trovi alla fine del capitolo dedicato alla SEO di questa guida sono gli stessi che devi usare per valutare quali sono le parole chiave migliori per la tua organizzazione, a seconda dei vostri obiettivi e delle vostre possibili offerte / proposte.

Certo, una parola chiave “a coda lunga” è più specifica, quindi interesserà a un pubblico più piccolo. Però (qua è questione di fede, quindi fidati! :-D) tipicamente un pubblico piccolo e vitale ti permette di ottenere buonissimi risultati, in modo efficiente quanto a investimento di tempo, energie e denaro, più di quando cerchi di rapportarti con un pubblico magari più ampio, ma meno omogeneo e meno focalizzato.

non valorizzi abbastanza la dimensione geografica

4. Google ama i business locali e i risultati di ricerca locali. Quindi, “localizza” la tua piccola organizzazione.

Questo è in parte un corollario delle considerazioni che abbiamo condiviso sulle parole chiave a coda lunga. Aggiungiamo delle considerazioni:

Tradotto in termini non profit:

se tu hai completato le informazioni di account Google della tua organizzazione che sta a Latina con le informazioni geografiche, io sono lì in vacanza con Silvia e, magia, decidiamo di sposarci e, ispirati dal viaggio, vogliamo celebrare questa decisione acquistando le bomboniere solidali di una organizzazione non profit di Latina, dallo smartphone facciamo una ricerca su Google e tra i primissimi risultati salta fuori la tua associazione o cooperativa sociale… magari in tre posizioni:

Bene, no?

Google Grants centra in tutto questo perché se metti indicazioni geografiche sensate sulle parole chiave giuste, tutto questo effetto viene ovviamente amplificato.

 ➡ CHIUSURA IMPORTANTE:

è vero che organizzazioni come la tua e come quelle che seguo io hanno valenza iperlocale (cioè: sede + pochi kilometri di raggio d’azione), ma è anche vero che spesso ci appoggiamo a singoli volontari o gruppi locali per campagne di piazza e informative.

Qui c’è una grossa opportunità, volendola sfruttare: utilizza Google Grants per allungare le parole chiave su più aree geografiche, perché comunque puoi considerare che se hai un “piantone” da qualche parte, lì la tua organizzazione è presente (poi a chi te le chiede le spedisci, così ti guadagni anche un bell’indirizzo postale per il tuo database 😉 ).

Prendiamo ancora il caso delle bomboniere, per un’organizzazione che fa cooperazione in India e che ha “piantoni” a Venezia, Padova, Roma, Reggio Calabria e Modena. Nulla vieta di impostare campagne contenenti parole chiave tipo:

bomboniere solidali india a Padova

bomboniere solidali india a Roma

bomboniere solidali india a Modena

etc etc

non rimandi a landing page specifiche

5. Ogni annuncio che crei ha bisogno di una landing page specifica nel tuo sito su cui far atterrare chi lo clicca

Insomma, www.zyx.org va malissimo, www.zyx.org/donazioni va benissimo.

A te piace non trovare nel minor tempo e numero di click possibile quello che stavi cercando su Google o altri motori di ricerca? Immagino di si! E piace anche a chi è in cerca delle informazioni e proposte che la tua organizzazione sta pubblicizzando!

Purtroppo, nella realtà di tutti i giorni vedo ancora annunci di organizzazioni non profit fatti bene, che però puntano:

La regola d’oro è: 1 annuncio = 1 landing page.

Quando dico “landing page”, tu fai finta che ti stia dicendo tutte queste cose assieme:

insisti a cercare donazioni invece che vendite

6. Le persone sono ben più abituate a informarsi online per comprare che non per donare. E visto che la tua organizzazione può proporre “offerte minime consigliate” o proprio vendere…

Penso di non dirti niente di sorprendente: siamo tutti abituati a cercare il nostro prossimo acquisto in Internet, molto più che la nostra prossima donazione!

E allora, perché non metterti dalla parte di chi vende (sebbene su “offerta minima consigliata” e cose così?  😎 ), per incrociare la domanda attiva degli internauti?

Stiamo parlando sempre di ” vendita/non-vendita” finalizzata alla raccolta fondi: questo è importante che lo ricordi, perché uno dei limiti all’utilizzo di Google Grants è proprio NON PROPORRE IN VENDITA niente di niente. Deve essere chiaro che quello che offri in vendita / non vendita è finalizzato alla raccolta fondi per un progetto o iniziativa specifica, che non si è di fronte a un’attività imprenditoriale in senso stretto etc etc…

Al di là delle questioni fiscali e amministrative (che – per una volta ringraziamola! – la Riforma del Terzo Settore ristruttura in modo interessante proprio aprendo più chiarezza sulla possibilità per le non profit di vendere), quello che è interessante è l’approccio che puoi tenere: sicuramente avete qualche tipo di prodotto solidale, magari abbinato a una campagna stagionale o su periodo specifico, che distribuite con modalità del tutto simile a quelle della vendita. Uova di Pasqua, panettoni per Natale, bomboniere etc…

metti a frutto l’opportunità di proporre anche questo tipo di prodotti finalizzati alla raccolta fondi e stai sicuro che attirerai un pubblico attivamente interessato a farli propri!

Vedrai che molte volte fai prima ad attirare traffico dedicando un po’ più di attenzione agli annunci per questo tipo di proposte che non per le forme “ortodosse” di raccolta fondi (5×1000, donazioni).

non ti affidi mai a un esperto di Adwords

7. Se hai 30.000$ al mese a disposizione, fidati che sono difficili da mettere a frutto. Una bella consulenza di webmarketing specifica sulla creazione di campagne Adwords / Google Grants può fare meraviglie.

Capire a fondo e appropriarsi dei meccanismi logici del webmarketing con Adwords e Google Grants è per gli specialisti in materia.

Si, anche da solo puoi fare molto, non ho dubbi! Però, un piccolo investimento su una consulenza /formazione specifica per la tua piccola organizzazione ti permetterà di partire veramente col piede giusto, per capire meglio da subito quali sono le combinazioni più performanti tra parole chiave a coda lunga, indicazioni geografiche, trend di ricerca del periodo e distribuzione del budget.

Tieni conto che se tu ti dovessi affidare a un consulente o un’agenzia SENZA Google Grants e cioè pagando per Adwords, per ottenere dei risultati apprezzabili dalle campagne riceveresti tante belle fatture a 3 zeri (perché conterrebbero il costo del professionista + tutto il budget pubblicitario per le campagne).

Quindi, cogli l’occasione di avere 30.000$ al mese in regalo per le vostre campagne e mettili nelle mani di un consulente esperto di Adwords!

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Facciamo veloci!

Dove puoi approfondire per bene?

Al Fundraising Day c’è una sessione dal titolo assai azzeccato: Pubblici giusti per campagne “giuste”: creare audience per campagne Facebook e AdWords passando per Analytics e non solo’ con Claudia Castellotti

 CAPITOLO VI

 Processare le donazioni direttamente online 

Per parlare di “donazioni online”, dovremmo prima metterci d’accordo: cos’è una donazione online?

Una donazione:

Se prendiamo 10 espertissimi di fundraising, ti assicuro che non saranno tutti perfettamente d’accordo.

Per cercare però di fare una mediazione tra i punti di vista, direi che nessuno può discutere che, siamo di fronte a delle “donazioni online” a patto che:

  1. il donatore possa effettuarle da pc, tablet o smartphone
  2. il donatore possa eventualmente disporle all’interno di ambienti virtuali propri dell’organizzazione (sito, blog) o almeno che portino il suo brand (piattaforme esterne brandizzate), comunque sicuri
  3. a esecuzione rapidissima (o quasi)
  4. pochi istanti dopo che la donazione è stata effettuata, l’organizzazione entra in possesso delle informazioni anagrafiche rilasciate dal donatore e può automatizzare la conferma di aver ricevuto la donazione, un ringraziamento etc

Se tutte queste caratteristiche fossero sempre rispettate, è chiaro perché le donazioni online facciano così gola alle organizzazioni! E se fosse tutto così, sempre e davvero, probabilmente anche i donatori sarebbero più stimolati a far transitare online le proprie donazioni.

Invece, adesso ci tocca fare un’ammissione di colpa…

Io che pure sono un esperto di fundraising, non sono specializzato nei sistemi di transazione per le donazioni online. Ma, quello che so per certo, è che se le donazioni online in Italia funzionano così poco è anche colpa di come le organizzazioni non profit le promuovono e di come si attrezzano per riceverle!

Detto questo, dall’altra parte bisogna riconoscere e ricordare che il fundraising online è ancora lontanissimo dalle abitudini di dono degli italiani: un’organizzazione che raccogliesse online il 3% delle donazioni totali, sarebbe quasi un caso di studio!

Ma, andando oltre i mea culpa, ecco gli errori più comuni commessi tra le piccole organizzazioni:

Tenuto conto che le donazioni online non sono l’Eldorado, cosa puoi fare per sistemare anche questo ambito dei vostri sforzi per sostenere il fundraising con l’online?

Vediamo un po’:

non promuovono l’utilizzo dell’home banking come tipo di donazione online

1. Via home banking il donatore può fare tutto: una donazione veloce e anche attivare le donazioni ricorrenti. Però glielo devi ricordare!

A volte le soluzioni possono essere veramente semplici, eppure complichiamo un sacco le cose, presi dalla foga di fare di più, fare meglio, fare “innovativo”.

Ricordi i 4 punti che ti ho elencato all’inizio di questa sezione della guida?

Purtroppo, dobbiamo avere l’umiltà e la pazienza di riconoscere che per l’intero settore del fundraising italiano sono obiettivi e prospettive per un futuro abbastanza prossimo.

Per capirci: donare direttamente su di un sito, senza dover mai uscire da esso, dovrebbe essere la norma, invece in Italia è quasi l’eccezione!

Tuttavia, pur non potendo avere soddisfatti tutti e 4 i punti, possiamo almeno ricordare ai nostri donatori che già ora possono cogliere alcuni vantaggi del gestire online le proprie donazioni, semplicemente utilizzando in maniera appropriata il proprio home banking!

So che può sembrarti una banalità, ma io che come te parlo faccia a faccia coi donatori, so benissimo che anche se tutti ormai abbiamo l’home banking:

Quello che c’è da spiegare loro (in tutti i vari materiali di comunicazione) è che se invece si appoggiano al proprio home banking avranno questi vantaggi:

Questo ultimo punto lo sottolineo perché so bene che per varie piccole organizzazioni mettersi a gestire anche pochi RID può essere un sovraccarico, per cui possiamo ricordare ai sostenitori che possono fare tutto loro in modo semplice e protetto.

In pratica, in questo punto di fatto ti sto consigliando di spingere i vostri donatori a fare un minimo “upgrade tecnologico”, che però porta con sé diverse migliorie.

per attivare donazioni regolari, costringono ad usare i moduli di carta

2. Utilizzando un semplice form di sottoscrizione, puoi ottenere un modulo completo e valido per l’attivazione di un addebito diretto e regolare in conto corrente.

Il fundraiser di una piccola organizzazione come la tua, che ha ben chiaro il grande potenziale di una raccolta fondi che posa le sue basi sulle donazioni regolari, può desiderare un maggiore controllo sulla continuità delle donazioni regolari.

Come abbiamo visto al punto 1 di questo capitolo, è vero e normale che un bonifico ricorrente può essere facilmente disposto via home banking dal sostenitore… ma è anche vero che quando hai la lista delle donazioni sotto gli occhi, 30€ a distanza di 6 mesi continuano a essere 30€ un colpo e 30€ l’altro. Cioè: non sai se si tratta di donazioni regolari automatiche oppure no! Potresti intuirlo avendo un periodo un po’ più lungo sotto gli occhi e tutte le date di versamento correttamente attribuite a ogni donazione… però siamo sempre al limite del tirare a indovinare.

Per fortuna, con un po’ di organizzazione, ci viene in soccorso il famoso “RID”.

Se per caso tu non lo sapessi, cos’è un RID? E’ un addebito automatico e ripetuto di una somma concordata su scadenze concordate presso il conto bancario o postale di un donatore (che naturalmente a monte ha acconsentito a queste operazioni, eh beh!).

In pratica, il donatore da alla tua organizzazione l’autorizzazione scritta a prelevare, per tramite della vostra banca (operando sul vostro home banking), ad esempio, 20€ ogni 2 mesi, a partire da una certo giorno del mese, che verrà mantenuto come scadenza fissa al decorrere del periodo.

Il RID quindi nasce in presenza di un accordo scritto tra la tua organizzazione e il donatore, che sottoscrive un modulo di accettazione, conferendo i propri dati anagrafici e bancari.

Eccoci al dunque: il modulo di attivazione, che va firmato dal donatore.

Se fai un giro per i siti delle piccole organizzazioni (ma non solo delle piccole: anche delle medie e addirittura medio/grandi!) questo benedetto modulo di attivazione nel 98% dei casi è un PDF da stampare, compilare e firmare e rispedire via fax o scansione.

Quello che io ti propongo qui è di velocizzare per il donatore e per voi la conclusione dell’accordo sostituendo il modulo di attivazione RID in PDF con la compilazione di un semplice form online di sottoscrizione!

Anticipo subito che, facendo le cose artigiane come ti indico io, avrai un margine di errore rispetto ad usare sistemi informatici evoluti, cioè la verifica immediata del codice fiscale del donatore e dell’IBAN che indicherà.

Però, sono piccolissimi problemi che comunque puoi risolvere al costo di una telefonata di pochi minuti!

Quindi, cosa devi fare e come per velocizzare la sottoscrizione di un RID a vostro beneficio? Nell’ordine:

  1. crea un modulo online utilizzando uno dei sistemi che ti ho indicato al capitolo 2 (list building)
  2. ricopia identici i semplicissimi campi richiesti dal modulo RID in PDF di una grande organizzazione (cerca “modulo rid donazione pdf” su Google o cose simili, ne saltano fuori tanti!)
  3. chiudi il modulo con queste 3 caselle di verifica con spunta obbligatoria:
    1. consenso al trattamento dei dati personali
    2. autorizzazione all’addebito delle somme secondo tempi e importi indicati dal donatore
    3. la dichiarazione di aver compreso: “Mi è chiaro che la spunta di questa casella è valida come firma e rende superflua la produzione di un modulo cartaceo firmato a mano” (o una formulazione simile)

Sai cosa? Che il 3′ punto della lista qui sopra NON SAREBBE OBBLIGATORIO, ma devi ricordare quanto purtroppo sia diffusa la paura che ci sia qualche possibilità di errore, di essere fregati, che ci sia qualcosa di poco chiaro…

e quindi è meglio che metti nero su bianco anche quel 3′ punto, a garanzia vostra e del sostenitore.

In questo punto abbiamo parlato di donazioni online perché abbiamo parlato del controllo del flusso dei RID tramite il vostro home banking, ma se modernizzerete di una briciola il sistema sempre mettendo a vostro servizio la flessibilità degli strumenti online, come minimo guadagnerete qualche giorno di anticipo sull’attivazione e il welcome del sostenitore!

l’unico strumento di donazione online presente nel sito è PayPal

3. PayPal è buono e funziona bene, ma visto che è un po’ ostico, devi almeno facilitarne l’utilizzo.

Che mondo sarebbe senza PayPal? Sicuramente un mondo più “intermediato”.

PayPal è stato una rivoluzione perché ha cambiato alla radice l’idea che i soldi vadano messi per forza tutti in banca, di portafoglio, di trasferimento fondi, di pagamento online.

E’ un servizio fantastico che ha pure un occhio di riguardo per il non profit, perché garantisce a organizzazioni come la tua anche una tariffa agevolata sulle donazioni ricevute (basta che chiami il servizio clienti PayPal durante l’apertura del vostro account e gli spieghi che siete Onlus – o, presto, ETS! -).

In giro sicuramente hai visto tante volte il famigerato bottone “Dona Ora” di PayPal, che è diventato un po’ il simbolo delle donazioni online.

Il “Dona Ora” di PayPal permette di fare una donazione in uno di questi modi:

Dunque, dove sta il problema?

Sono molte più le persone con in tasca una carta di credito o prepagata che quelle con un account PayPal. E, sebbene magari a te possa suonare esagerato, a tantissimi non è chiaro questo passaggio:

molti non sanno che se hai una carta di credito ma non hai un account PayPal, puoi comunque fare la tua donazione attraverso PayPal

So che sembra strano, ma molti non lo sanno. E questo è la prima parte del problema.

La seconda parte è questa:

quando finiscono sulla pagina di pagamento di PayPal, molte persone non vedono e non notano che per fare la propria donazione con carta di credito devono cliccare lì sotto

paypal dona ora bottone

Si, lo so che per te che mangi pane e tecnologia può sembrare assurdo, ma sai in questi anni quante volte ho sentito che:

” Volevo partecipare, ma non l’ho fatto perché non si capisce dove devo andare!” ???????!!!!!!!????

Oh, non è che abbiano tutti i torti:

effettivamente l’interfaccia utente di PayPal è brutta e poco amichevole 😮 ! (e ricorda quanto basso è il livello di concentrazione medio…).

Le soluzioni a questo inghippo, in alternativa, sono:

Così otterrai che:

Bene, se abbiamo risolto anche questo aspetto, possiamo fare focus sulle donazioni con carta di credito.

per le donazioni con carta di credito non offrono alternative a PayPal

4. Fai sentire a loro agio i donatori con carta di credito: appoggiati a dei servizi dedicati, costano pochissimo e funzionano a meraviglia.

Ti ho appena detto che PayPal è comprensibile per chi ha un account PayPal, oppure non ce l’ha ma ha ben chiaro cosa fare per donare con la sua carta di credito o prepagata.

Aggiungo che nei database delle varie piccole organizzazioni che seguo, per quanto limitate in numero, le donazioni con carta di credito o prepagata sono sempre di più di quelle effettuate con un account PayPal.

Per questo, dobbiamo capire come rendere più facile la vita a chi vuole sostenere la tua piccola organizzazione con la sua carta di credito!

Il mio consiglio spassionato è di sostituire di sana pianta PayPal con un servizio come Crowdchicken o DonorBox e far transitare di lì donatori e rispettive donazioni con carta di credito!

I vantaggi che ti offrono delle piattaforme dedicate al fundraising come le due che ti ho citato sono:

Visti le tante features e benefici, il mio consiglio spassionato quindi é:

CHE STRUMENTI consiglio alla tua piccola organizzazione?

Forse qui troverai delle risposte abbastanza inedite:

Dove puoi approfondire per bene?

Guarda un po’ cosa trovi al Fundraising Day: Come progettare e rendere efficace il form per la raccolta on-line delle donazioni” con Marco Cecchini di MyDonor

 CONCLUSIONE 

Dopo questa maratone di errori, soluzioni e proposte, per chiudere, dobbiamo farci la domanda:

Quanto senso ha per te mettere tempo, energie, soldi

della tua piccola organizzazione nel fundraising online?

Diamoci un po’ di risposte 🙂

Ha senso nella misura in cui tieni a mente che:

A parte i 2%, 5%, 10%, vorrei portare la tua attenzione sul terzo punto richiamando il (non) fenomeno del crowdfunding, che poi per noi nel 95% dei casi è una campagna di fundraising oppure di personal fundraising concentrata sulle donazioni online:

se facessimo per bene i conti sui costi includendo quelli del personale coinvolto nella pianificazione, lancio e gestione della campagna e del suo post… a fronte dei volumi di raccolta medi, NON ne varrebbe la pena.

Però, ne vale la pena se riprendiamo il flusso proprio come in apertura di questa guida.

Sto online con la mia organizzazione per:

  1.  ➡ fare buona comunicazione mirata e quindi…
  2.  ➡ …raccogliere contatti, verso i quali…
  3.  ➡ …fare una ancora migliore comunicazione mirata…
  4.  ➡ …confidando che, tra le varie forme di donazione possibile, scelgano anche la donazione online, proprio perché questi contatti provengono dall’ambiente digitale

L’online dev’essere una delle varie possibilità per il donatore di essere vicino alla vostra causa e progetti, insomma, un mezzo e non il fine.

Se insisti sullo spostare il più possibile i donatori da off a online (e i vantaggi ci sarebbero), dati e dinamiche alla mano ti troverai a combattere una battaglia contro i mulini a vento, ne uscirai sicuramente sconfitto.

Risparmia tempo e energie e piuttosto concentra la tua attenzione a ottimizzare la comunicazione sulla possibilità della donazione online e sul creare ambienti digitali che siano:

La tua piccola organizzazione può crescere benissimo nel fundraising stando online in maniera appropriata e pure fare quel po’ di fundraising online.

In questa guida ci ho messo una larga parte di quello che conosco e pratico per l’abbinata fundraising + online per le piccole organizzazioni.

Non c’è proprio tutto quello che conosco e pratico, infatti sarà giusto che questa guida venga aggiornata e integrarla, anche – ti invito! – grazie a indicazioni, discussioni e suggerimenti che possono venire da te e dai tanti fundraiser di piccole organizzazioni che popolano l’Italia!).

Non è che non vogliamo i “grandi” (che qualcosa da insegnare ce l’hanno, dai 😉 )… è che noi delle piccole sappiamo benissimo che non è solo una questione di soldi (ma tanto i nostri budget per il fundraising sono sempre a secco! 😀 ), ma prima ancora di cultura, competenze, organizzazione delle nostre piccole organizzazioni!

Con questa guida mi auguro di averti dato spunti e strumenti per migliorare i tuoi sforzi online secondo quella formula artigianale che nelle piccole organizzazioni è in grado di tirare fuori il meglio, anche nella raccolta fondi!

Fammi sapere le tue, le aspetto a braccia aperte!

Un saluto, ogni bene e…

avanti tutta!

– Riccardo Friede –

PS: ti ricordo che in Italia finalmente abbiamo l’appuntamento dedicato a sviscerare questi stessi temi, sul rapporto tra fundraising e presenza online

il Fundraising Day del 21 ottobre 2017:

consulta il programma e approfitta dell’attuale quota di iscrizione!

 

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