Un buon fundraiser traduce in modo semplice e “potabile” anche le cose più difficili.

La comunicazione esterna per il fundraising ha 3 fasi+1 e 3 funzioni+1 e 3 stili+1:

Il gioco “pancia, testa” pende sempre in favore della pancia, ma ciò non toglie che anche per scrivere (e per me, essenzialmente, si tratta di scrivere; certo lavoro con le immagini, ma se trovare e scegliere un’immagine buona mi chiede 10 di tempo, scrivere mi chiede 100) devi prima sciorinarti una valanga di informazioni dettagliate su valori e storia dell’organizzazione, sul problema che affronta, sulla buona causa, su progetti e servizi, modalità, economie, operatività spiccia, aneddoti, persone, beneficiari, dettagli a volte meno che comunicabili all’esterno tanto sono tecnici e “strani”…

Ma la funzione del fundraiser è filtrare tutto questo e riportarlo ad essere comprensibile.

A me piace moltissimo questa parte di “raccolta a strascico” delle informazioni, perché ogni volta hai di fronte uno spaccato di mondo nuovo, particolare, inaspettato e la cosa divertente è acchiappare un dettaglio e capire fin dove ti può portare in questa esplorazione.

In alcuni casi, io non so veramente nulla di quello che mi raccontano. E francamente a volte non ci capisco nemmeno molto, anche se me lo faccio rispiegare.

Ma è bello perché scopri cose davvero particolari, divertenti, assurde, indicibili, scandalose, rivelatorie.

Resta che, purtroppo, alla fine devi tradurre tutto questo in una versione che pende al minimo per il 70% in direzione pancia e al 30% in direzione testa.

A me a volte dispiace, perché mi piacerebbe enormemente “spiegare” le cose che ho scoperto e che mi hanno incuriosito e intrattenuto, però c’è un atto di rinuncia che va fatta, senza se e senza ma, altrimenti buonanotte alla raccolta fondi!

Così stamattina ho sentito parlare per 3 ore di neuroplasticità (che?!??!?!) e avrei voluto stare ad ascoltare per altre 3 ore, ma io questi discorsi li dovrò tradurre in una cartolina A5 fatta di:

Va così!

Il resto delle informazioni andranno a finire in vari tipi di supporti, ma sempre filtrare, semplificate, “italianizzate”, tradotte insomma in un vero e proprio italiano per il fundraising, che assomiglia tanto – a volte troppo! – all’italiano dei temi delle elementari o delle medie, ma che, pace all’anima, è la lingua che funziona meglio di tutte – attendo prove contrarie! – se il tuo obiettivo è portare a casa delle donazioni e non solo dei complimenti.

I miei attrezzi del mestiere per fare questa opera di traduzione sono pochi:

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